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FATEMELO DIRE di Maurizio Liverani



SI', E' LUI

Innamorato dei sondaggi, Eugenio Scalfari è rialzista nei confronti di Silvio Berlusconi; lo vede ideologicamente indefinibile al di là della politica, ostentando una spiccata indifferenza, a mezza strada tra noia e fastidio, per i contrasti partitici. La sorpresa suscitata da questa dichiarazione è stata enorme e ha portato a un distinguo tra il fondatore di “Repubblica” con Carlo De Benedetti che ha assunto, in questa controversia, un'aria schifata. Scalfari e De Benedetti sono quelli che hanno trangugiato meglio di tanti altri il nocciolo del nostro tempo; nella politica si agisce da affaristi ma si parla da idealisti. Perché questo miscuglio di affarismo e di idealismo sia perfetto, Eugenio Scalfari irradia attorno alla propria persona un divertito distacco, senza spiegare se le sue scelte vengano da una raffinatissima capacità di cogliere lo spirito dei tempi. Come giornalista appartiene all'epoca dei grandi magazzini, una forma speciale di combinazione dell'intelligenza con il supermarket. Un alone di beatitudine lo avvolge, come quegli atei che diventano cristiani sul campo di battaglia; è stato colto da prurigini berlusconiane, per il momento al vaglio del suo acuto raziocinio. In altre parole si è posto questo interrogativo: mi conviene o no? Calcolo e improvvisa illuminazione? Inalberando una deliziosa smorfietta ironica da filosofo di lungo corso ha annunciato, senza alcuna intenzione di destare scalpore, che per la prima volta è pronto a dirigere il suo bompresso sul fondatore di FI. Al culmine di una carriera dai più considerata superba, nel solco di uno splendido avvenire, con quella sua voce da gatto scorticato, il condottiero di “Repubblica” non ha perso tempo per dare, con il piglio di un prefetto in auge (anzi, di un filodrammatico che non carichi troppo la parte), il solenne annuncio. Nel contempo scarta il M5s con un colpo da grande umorista. Durante l'intervista televisiva con Giovanni Floris, il tono era quello di chi “mi sono venuti a cercare”; in effetti, Scalfari ha quella prosopopea spessa e distaccata che piace tanto ai scalfariani i quali vedono in lui un giornalista principe al quale affidare -come hanno già fatto con tanti altri- la funzione di decorare con una patina di intellettualità la pratica politica, assolutamente non geniale, del loro partito. Quale sia, non lo so. Anche fuori dello studio televisivo al sua figura si erge come un cippo commemorativo o come un altezzoso professore teutonico, tanto che alcuni lo hanno chiamato “Herr Scalfari”. Quando in casa socialista non trovò un cane che gli abbaiasse, scontroso come un principe altezzoso, se ne andò sbattendo la porta, illustrando al mondo il crepuscolo della “credibilità socialista”. Per tutto questo tempo si è comportato da uomo di sinistra (?); avvicinandosi “il compromesso storico” ha cercato, sempre un po' annoiato, consonanze ideologiche più “à la page” in un clima severo. Indecoroso arpionare i democristiani anche dopo l'”union sacrée” con i comunisti. Il suo sussurro interiore -il solo che in lui conti- lo spinse a fissare la sua svolazzante bandiera in terra pidiessina. Il pidiessismo circola nel suo sangue come la linfa in un fiore. La scelta di sinistra è stata d'obbligo. Come avrebbe potuto un uomo che ha il complesso della freccia direzionale scegliere una rupe deserta? Per non essere confuso con l'ultimo dei mohicani del giornalismo “spuntato”, impronta i suoi pensieri al più alto livello. Il bernoccolo che pretende di avere, cioè di capire l'aria che tira, questa volta potrebbe essere giusta.

Maurizio Liverani

 
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