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CARMELO PESSIMISTA AFFERMATIVO

In virtù del principio di Duchamp (il pittore che ha messo i baffi alla Gioconda) qualunque manufatto può essere promosso a “dignità d'arte”. Questo principio ha elevato al rango di “opera” da esporre, in un barattolo, l'escremento più vistoso sempre più usato come giudizio estetico: risposta franca e sincera. Nei dibattiti televisivi, soprattutto in quelli sportivi -come dispregiativo ad effetto-, si fa gran uso anche dell'organo sessuale maschile. Lo si adopera al posto del vecchio “oibò”; se lo si chiamasse “mentula”, come in latino, in questi scontri tante “c....te” non si udrebbero. Questa ricorrente espressione non ha oggi alcuna intenzione ingiuriosa. Nasce da un atteggiamento estetico. Ce lo segnala un libricino: “Insulti d'autore”, sillabario offensivo delle ingiurie dei grandi della letteratura. Il rimpianto Carmelo Bene avrebbe diritto a essere raccolto in questo Pantheon di offese in difesa dei propri punti di vista. Tra i tanti meriti, Bene è stato il primo a “fare pipì” verso gli spettatori che applaudivano entusiasticamente. Lo spettacolo si intitolava “Pinocchio”, realizzato quando l'attore decise di voltare le spalle al teatro paludato e tradizionale. Un rifiuto che creò una vera e propria rivoluzione, strappando gli spettacoli ai consueti palcoscenici e portando nel sottosuolo delle cantine romane “provocazioni”. In queste “catacombe” la fede nel teatro rinacque con opere come “Salomè”, “Faust e Margherita”, “Nostra Signora dei turchi”; quest'ultima divenne un film indimenticabile per invenzioni e risorse figurative. Il “colloquio” teatrale con il pubblico rigurgitò (si era intorno agli anni '70) di tossine che irritarono il perbenismo degli spettatori non preparati alle “sorprese”. Questo “demonismo” prendeva vita dal terrore della dissoluzione, con la morte, del corpo. “E' un Bene cattivo”, mi disse Ennio Flaiano, con un lampo di compiacimento. Era l'anti-Cuore, l'anti-presepe, l'anti-serraglio del convenzionalismo, di attori che recitano come doppiatori, del birignao sconfortante dell'Accademia d'arte drammatica. Da allora è stato un crescendo; ogni ideale, per modesto e familiare che fosse, è stato coperto di sarcasmi e di invettive. “Si deve accusare -mi confidò Carmelo- la parola dell'oppressività che porta nella lingua con peso di tutto il bagaglio di classicità ambulante”. Anni dopo, questo concetto lo troviamo nel “suo” Cioran dei famosi “Sillogismi d'amarezza”; diceva: “Le perdite, il fallimento rendono di più del risparmio, della pidocchieria. Deve mancare l'idea di progressione. La sospensione mantiene nascente ogni pensiero”. Altri hanno cercato di imitare la scintillante empietà di Carmelo, ma non erano autentici. “Il teatro -mi spiegò- è un bazar dei servi... Quelli in scena fanno quello che vuole il pubblico... O gli va bene o gli va male... l'unico loro fine è la paginetta che va riempita di cosa contiene uno spettacolo”. Con Carmelo Bene è nato un tipo nuovo di attore che appartiene alla classe eletta degli attori-autori: diversa, perché antipatica. “In teatro bisogna essere antipatici. Un attore deve essere contro il pubblico altrimenti si diventa giullari”. Secondo lo scomparso e rimpianto attore, l'attore-autore non deve essere un fine dicitore, non possedere l'arte di porgere senza attendere la risposta. Quello che Carmelo mi diceva era di primaria qualità. “Il sesso conta come il presente. La tenebra esalta l'eros perché in essa si apposta il funereo... Come si sta bene con Bataille, meglio di Masoch e di Sade... Bataille ha visto giusto, la veglia di un lutto, la contaminazione di un velo nero”. Continuò con frasi come: “Per fare Shakespeare bisogna essere Shakespeare, io sono Shakespeare... non è possibile mettersi in luce e recitare una parte senza l'aiuto di qualche infermità”. Carmelo Bene parlava dei suoi mali come si parla di una persona di servizio, tenuta a entrare nella camera del padrone solo a comando. Ogni volta che tornava dalla sua Puglia era più rafforzato nel risentimento verso il teatro del calcolo, dell'astuzia e dell'inganno. Per lui la creatività è sempre stata una forma di pessimismo affermativo.

Maurizio Liverani

 
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