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FATEMELO DIRE di Maurizio Liverani



LEO PESTELLI LINGUISTA RAFFINATO

Siamo alla vigilia di un altro festival di Venezia. Il nostro Stato produce film, ma anche ingenti debiti. Le responsabilità sono delle cosiddette sovvenzioni che non favoriscono la nascita di talenti. La sorte degli autori italiani resta rovinosa. Ci siamo buttati all' importazione indiscriminata di film stranieri creando un problema anche per la critica. L'orientamento più accentuato della nostra cinematografia è quello che privilegia l'impegno sociale e declassa le pellicole che si distaccano da questa “regola”, subordinando la creatività all'unica fonte riconosciuta di ogni opera artistica, cioè l'aggancio alla fantasia. La critica ha subito per anni le “direttive” del “Contemporaneo”; regola fissa da rispettare era il cosiddetto “impegno civile”. Tutte le opere che si allontanavano da questo dogma ferreo venivano assegnate alla categoria dell'evasione dai problemi veri della società. Per decenni, i critici si sono posti come pizzardoni che regolano il traffico. Il realismo era di rigore come bussola ideologica. A questi canoni appartenenti più alla politica che alla creatività si sono rifatti molti registi. Federico Fellini, per una serie di circostanze favorevoli, a queste norme è riuscito a sottrarsi grazie al consenso internazionale. In Italia fu additato come esempio da non seguire, pur essendo l'autore di un film di autentico impegno sociale: “Prova d'orchestra”. Il regista, rivelando una verità scottante del conflitto di classe, fu accusato di essere reazionario. La critica “allineata” dette poco rilievo a questo film. Tra i critici che avevano una visone non subordinata alla politica si distinse Leo Pestelli (1909-1976), recensore raffinatissimo, conoscitore di tutti i penetrali più preziosi della lingua italiana; ereditò la critica cinematografica de “La Stampa” alla morte di Mario Gromo. Pestelli è l'autore di “Racconto grammaticale” e “Trattatello di rettorica”, libri che gli dettero fama di impeccabile conoscitore della lingua italiana e di tutte le sue risorse. Le stesse che rendono irraggiungibili i testi dell'Aretino. Le recensioni cinematografiche dello scrittore torinese risentivano di questa sua particolare predisposizione per la lingua colta; le sue note critiche erano esemplari. Una “stroncatura” era accetta perché posta nell'ambito di una eleganza espressiva. L'autore recensito, colpito dai suoi preziosi strali, trovava il pungolo per operare meglio in una successiva prova. Pestelli, pur essendo molto stimato, veniva considerato “salottiero” dai truci stroncatori neorealisti. Chi ama la lingua italiana trovava nelle sue note critiche la conferma che si può non approvare un'opera cinematografica rispettando, anzi incoraggiando l'autore. Purtroppo in quegli anni erano più ascoltati i vari Aristarco e Casiraghi, critico dell'”Unità”. Il torto di Leo Pestelli era, per questi critici un po' grossolani, di schierarsi nella difesa della lingua e di ricorrere allo Stil Nuovo anche per decretare il successo o l'insuccesso di un film. Come spesso avviene in Italia, era molto apprezzato all'estero. Nel 1973, grazie a queste sue qualità, aveva fatto parte della giuria al festival di Cannes insieme a Ingmar Bergman e Sydney Pollack. Se fosse stato più ascoltato, il cinema italiano non si sarebbe chiuso a riccio nel “nefasto” realismo.

Maurizio Liverani

 
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