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FATEMELO DIRE di Maurizio Liverani



COSI' SI VA TRA LE STELLE

“Costa poco”, è questa la battuta che accompagna il passaggio dal Pd al berlusconismo dell'ex ministro per gli affari regionali. E', in sostanza, un cagnotto governativo; va dove lo porta il tornaconto. “Gli opportunisti -scrive Emil Cioran- hanno salvato i popoli; gli eroi li hanno rovinati”. Quindi è inutile gettare ridicolo e fango su una figura che, grazie alla sua sterilità intellettuale, può essere utile sia da destra che a sinistra. Fiutata l'aria che tira, l'onorevole Costa si è gettato nell'alta devozione per Berlusconi. Dicono che legga soltanto i giornali e, dopo averli discussi, ha scelto di andare a destra. Sarebbe stolto indignarsi per un parlamentare che ha l'attitudine di cambiare casacca. I partiti continuano a mettere di cattivo umore gli italiani; considerano anche i politici attendibili improponibili. E' quasi meglio che le cose cambino che quelle più “adorate”, decadano e vadano in sfacelo. “Dal momento -come scriveva nei “Fogli di diario” Carlo Cassola- che non si possa fermare la decadenza e lo sfacelo dentro di noi; cambiamo qualcosa con l'immaginazione e, in mancanza di questa, cambiamo partito”. Il trasformismo rappresenta tutto. In un'intervista di anni fa, Vittorio Foa invitava il Pci a fare sacrificio di se medesimo e “uscire da questa mentalità di comando”. I vari trasformisti sono una risposta al rigido partitismo che, invece, oggi vuol riprendere quota. In questi irrigidimenti tardivi, gli italiani scorgono ormai segni di decadenza; è nei tempi di decadenza che la politica può reinventarsi. Le élite italiane non sono sole a far quadrato attorno alla propria fortezza. Lucio Apuleio è stato il tipico intellettuale della fine di un grande impero. La sua opera più importante è “L'asino d'oro” in cui la vicenda di Lucio -caduta e redenzione dell'uomo- ha un valore allegorico. Lucio si trasforma in asino e diventa uomo. Anche negli emblemi si cela spesso il destino di chi li sceglie. A Romano Prodi premier non è stata risparmiata nessuna amarezza. A palazzo Chigi era l'incarnazione dell'”utile idiota”. Scalzato dal vertice per far posto al principale sfruttatore, diessini, popolari, verdi, diniani lo vollero a tutti i costi a Bruxelles; gli assicuravano onori trionfali, insistevano, minacciavano; ed egli, come Lucio dell'”Asino d'oro”, ben capì che le catene delle quali lo caricavano gli sarebbero rimaste addosso per sempre. Accuse gravi, senza scrupoli lo incalzano ancora oggi. Ma ormai Prodi si è reso conto che i doveri della celebrità sono tra i più raffinati tormenti che un regime “dispotico” riserba ai suoi protetti. Lo spettacolo è stato l'agilità con cui l'incauto è sfuggito alla trappola. Capitato in mezzo a una maleodorante compagnia di presuntuosi, dediti alle pratiche occulte, per assicurarsi l'eredità di Dossetti, di Don Sturzo, di De Gasperi, li ha piantati lasciandoli con un palmo di naso. Certi tratti della sua condotta politica somigliano a quelli di Enrico Costa (foto), il quale, come il “pastore angelico”, si illude di essere entrato nei poteri che conteranno. Qualunque cosa dica o faccia ha sempre l'espressività di un gatto di marmo. I volti sono più dimostrativi delle parole.

Maurizio Liverani

 
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