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I piddini accostabili e socievoli, comunisti scettici sin dalla culla, con i quali però si può ragionare, dicono che l'impresa trasformistica del partito -come il bilanciere del metronomo che dondola ora a destra ora a sinistra- ha l'impronta di quella che gli psichiatri chiamano “névrose d'echec”. E aggiungono: non si può fare “togliattismo” senza essere Togliatti. Con la morte del Migliore gli eredi hanno dovuto ammettere di essere figli della sprovvedutezza ideologica che si è installata nel partito soprattutto dopo la caduta del comunismo moscovita. Chi è succeduto al Migliore non ha mai avuto doti da “freccia direzionale”; si è semplicemente dato in pasto all'ignoto e, a cominciare da Enrico Berlinguer, non ha saputo come salvare la “capra” liberista e i “cavoli” socialisti. Camuffando questa sprovvedutezza, la sinistra si è illusa di trasformarsi da “oppio degli intellettuali”, come li definì Raimond Aron, per diventare l'oppio di un intero paese. Per non voler ammettere che il comunismo è, al pari del fascismo, un “relitto della storia”, ha rivestito di un radioso avvenire i cascami di un'ideologia tramontata. Ma perché la “cosa” (come Sartre ha chiamato il comunismo per sottolinearne l'immutabilità nell'adozione tattica della “menzogna multipla”) si realizzi occorre il dispotismo di un Migliore, di un capo che sappia ridestare il dinamismo dell'epoca togliattiana. Quando il Migliore nel 1964 morì in Crimea, la bandiera italiana fu esposta a mezz'asta al Quirinale e tutta la stampa ricordò con parole di rimpianto il caro estinto. Parole e parole inneggianti al genio indiscusso tanto che i compagni lo idealizzarono come un dio. Assillati dalla necessità di darsi una nuova politica, gli eredi hanno avvertito un urgente bisogno di “dimenticare” Palmiro Togliatti, divenuto un inciampo ideologico. Fedeli ai loro interessi politici, non lo hanno mai più ricordato, dimenticanza che rientra nella logica del “nuovo corso”. Perché non ricordare che del “buonismo” Togliatti è stato l'ideatore? Si temeva soprattutto che, rompendo il silenzio, si tornasse a parlare della “belva intelligente” di Stalin, delle iniquità del leader-santacchione. Chi si stupisce non conosce, evidentemente, i comunisti. Il Pd ha un solo obiettivo: diventare “partito di governo”, ricordando, però, che ha sempre nella manica dell'abito “buonista” il coltello a serramanico del guappo. Togliatti non indietreggiava di fronte a nessun stratagemma pur di rendere accettabile la sua politica. L'efficienza, per i comunisti e post-comunisti, è l'unica pietra di paragone per giudicare un uomo. Chi è subentrato, da Berlinguer in poi, ha camminato per la propria strada sempre con un presentimento di declino, intuibile dalla disobbedienza di tanti editorialisti-avvertitori per i quali gli olocausti addebitati a Hitler sono un'inezia raffrontati a quelli della falce e martello. Figura culto Massimo D'Alema non lo sarebbe mai diventato perché non ha una grandezza innata. Connotati da Migliore li ha, invece, Matteo Renzi; è questo che allarma tutto il mondo politico e giornalistico. Con l'aiuto dei clericali, in una combinazione, che Aron ha battezzato “idiocrazia”, si ottiene il dominio delle menti; questo spiega il soprassalto di insofferenza di tipi come Pier Luigi Bersani. Renzi è tanto leninista da non criticare il sistema capitalistico secondo la più semplice delle formule paleo-marxistiche; non ha alcun interesse a distruggere un “sistema” nel quale è perfettamente integrato e che riceve in eredità giorno dopo giorno.

Maurizio Liverani

 
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