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FATEMELO DIRE di Maurizio Liverani



ELETTO PERCHE' NON ASPIRAVA A NIENTE

E' tempo di premi letterari. Riconoscimenti che si assegnano attraverso contrattazioni e patteggiamenti. Raramente, anzi quasi mai, chi esce vincitore da queste lotterie è espressione del meglio. L'astiosa avversione dell'intellettualità italiana è riassunta in questa frase: “L'arco costituzionale non ci ama”, scrive Ennio Flaiano nel “Diario notturno”. Mino Maccari rincarava: “Lo Stato ci è ostile; dobbiamo difenderci”. E l'italiano che può si difende con la legittima difesa: evade il fisco. Flaiano e Maccari avevano il terrore di confondersi con la politica; non si lasciarono immatricolare “come tanti -scriveva Flaiano- disperati intellettuali ansiosi di essere scambiati per quello che non si è: rivoluzionari”. Alberto Moravia aspirava soprattutto al premio Nobel; gli è stato negato nel momento in cui ha deciso di diventare autentico, almeno per noi, confessando in ”Io e lui” (1971) di non aver nulla a che fare con “credi” e “principi”, rifiutando di colpo la celebrità che gli veniva dall'”impegno” politico; e dichiarando che questo “impegno” era dissociato da ogni coerenza morale. Costretto dai suoi “supporter” politici a esprimersi su tutto ciò che giova alla sinistra; con ”Io e lui” si chiudeva, inaspettatamente, nel bozzolo della sua “indifferenza”. Nel romanzo dà la conferma di essere, consapevolmente, la quintessenza della noia e che il suo “impegno” altro non era che un estremo tentativo di utilizzare questa noia. Un modo di ribellarsi al negativismo che in “Io e lui” lo porta a identificarsi con il suo sesso. Con questo “lui” parla per tutto il racconto; il suo “io”; discute e alterca. L'”io” dice a “lui”, perdendo le staffe: “Sì, non c'è che dire, sei un campione, un colosso, un monumento. Ma io questo tuo successo lo pago con un umiliante, abietto, costante senso di inferiorità. Tutti mi sono superiori; a tutti sono inferiore: emotivo, velleitario, sentimentale, incontrollato, passivo”. Con “Io e lui”, Moravia ammetteva di non essere sorretto da alcuna fede, da alcuna ideologia. Ammetteva di essere stanco di sentirsi schiacciato da una presunta superiorità; stanco di accontentarsi dei trionfi esteriori. Si era finalmente convinto che il piacere di essere letti e di avere successo è superficiale di fronte al piacere dello scrivere. Non voleva più essere l'”artista di regime”, costretto, nel dopoguerra, a fare il “realismo popolaresco”. Si era stancato dello spazio che il regime gli aveva accordato; non voleva più essere un dittatore delle lettere, delle “milizie -come le chiamava- politiche vantaggiose”. In queste riflessioni troviamo la conferma di quanto scrive Emil Cioran ne ”La tentazione di esistere”: “...il personaggio romanzesco appare come un candidato alla rovina, un pezzente dell'orrore, tutto preoccupato di perdersi, tutto timoroso di non riuscirci, incerto sul suo disastro, ne soffre”. Il mondo letterario trattò “Io e lui”, invece, come un gioco e i politici di sinistra fecero eleggere Moravia al Parlamento europeo.

Maurizio Liverani

 
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