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FATEMELO DIRE di Maurizio Liverani



PENSAVA CONTRO SE STESSO

“E' morto l'attore che si crogiolava con lo stato della propria nullità”. E' il commento espresso dal mio amico maestro Fabio Bellini. Il personaggio Fantozzi è una figura di rassegnato alle sue miserie, alla sua condizione di uomo senza qualità. In lui lo spettatore coglie una perfetta sintonia tra la sventura e la megalomania. Ha assorbito tutti i difetti degli italiani; ha strumentalizzato a fini comici la nostra inclinazione a obbedire sino alla sottomissione; ha deriso i nostri sforzi di essere migliori di quello che siamo. Un poeta del disastro, frutto di una mitologia dell'inetto che vuol liberarsi delle catene delle proprie inadeguatezze. In questo genere la sua comicità diventa addirittura titanica. Da quella convenzionale del nostro cinema si distingue nella rinuncia a un vero e proprio dialogo. Il personaggio Fantozzi agisce per contrasto; la sorpresa visiva non va soggetta alla sorte che accompagna la freddura; conserva lo stupore, non si logora quasi mai. Scompare con Paolo Villaggio un comico che ha smontato le cose gravi ma anche quelle insignificanti, come se il tragico vivesse altrove. La comicità si manifesta dopo che Fantozzi ci ha fatto ridere; tra comico e tragico, nei grandi della risata, c'è una logica consonanza. La stessa logica ritroviamo in “Mr. Bean l'ultima catastrofe”. Villaggio, come l'attore Rowan Atkinson, è il più moderno dei nostri giorni perché si ricollega ai più antichi. Il comico rivela ciò che non vorremmo rivelare, quello di cui ci vergogniamo e nascondiamo, svela l'immagine di quell'”io” vergognoso e segreto che c'è in tutti noi. Villaggio è fornito di una cospicua dose di sadismo e anche di masochismo; lo fa attraverso gesti in contrasto con il suo aspetto dimesso. Mette in crisi un costume mentale; disaggrega attraverso associazioni di idee per dimostrare l'isolamento dell'individuo che, per nascondere quello che non vorrebbe essere, ingenera una commedia degli equivoci e di comici malintesi. L'attore trae il maggiore e il solo partito da una costruzione assurda del suo viso e della sua fisionomia. Più cerca di circondarsi di rispettabilità e più si rivela un inetto, uno zotico, un triviale. Nella sua comicità non c'è posto per le buone maniere. E' destinato, rassegnato alla sua miseria, a tenersi in disparte. Paolo Villaggio ha imbrattato la sua figura di sberleffi, secondo la grammatica dell'assurdo. Sin dalle prime prove ha incontrato il consenso di una popolazione di Fantozzi, come sta diventando la nostra.

Maurizio Liverani

 
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