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FATEMELO DIRE di Maurizio Liverani



UN TALENTO SCOMPARSO

“Finalmente diverrò paffuto / e compilato qualche scrittorello / lo leggerò dopo aver bevuto”. Le dichiarazioni di Romano Prodi al “Corriere della Sera” ci riportano alla mente questa rima del Giusti. Paffuto, l'ex capo dell'Ulivo lo è sempre stato, ma è cresciuta in lui un'acre inquietudine di chi sembra non ancora “arrivato”. Tra gli ex democristiani divenuti per forza di inerzia spalla dei comunisti, Prodi tradisce nelle sue parole una ricaduta allo stato “selvaggio” delle reazioni barbare. Coglie l'occasione di criticare Matteo Renzi, ma schiva il fatto del giorno: lo scontro di Matteo con il padre Tiziano, cavandosela alla maniera democristiana: “non so dire che rapporto ci sia tra loro, non faccio lo psicologo”. E' fin troppo evidente che è d'accordo con Renzi padre quando questi rimprovera il figlio di non avere “la statura” politica di Giulio Andreotti. I suoi occhi, tondi e liquidi come quelli di una seppia che ascolti la fisarmonica, ci dicono che, approvando Tiziano, rimpiange il suo caro “scudo crociato” che ha ancora nelle vene. Lo ha a tal punto che in casa piddina lo si depreca come elemento di divisione, ma non si ha il coraggio di fargli guerra decisa. Nel partito, di cui Renzi è il segretario, lo ascoltano con inerte languore; nessuno pensa che Prodi possa essere l'audace sparviero di una nuova Dc. Anche nella “casa madre” non è mai stato considerato uomo di alta nascita, titolo di grande importanza nella defunta “balena bianca”. Dopo qualche svarione è stato trattato come un battello a secco che aspetti, con rabbia mal contenuta, che lo si vada a spingere in acqua. La personalità non ha mai messo il sigillo sul suo volto; è opaco e mite, ma aspira a un rango di maggior valore. Così come è ora somiglia a un rubicondo sacrestano incline alla facezia pepata. Si deve al buon cuore e alla tecnica dell'”arraffa-arraffa” degli ex comunisti se non è deragliato fuori della politica. In questa fase in cui il Pd è attraversato da sussulti preoccupanti, si comporta da bravo zuzzurellone spiritoso, pronto a giganteggiare sopra la combriccola dei suoi correligionari, attento a cogliere l'occasione per diventarne una “guida” autorevole. Qualcosa di leggendario gliela offrì un autentico talento della Dc: il rimpianto Beniamino Andreatta, il quale aveva messo a disposizione dei democristiani la propria sapienza per parare a festa la vecchia “casa madre” per il terzo millennio. Andreatta voleva plasmare Romano “a sua immagine e somiglianza”; per camminare con i tempi, Prodi non avrebbe dovuto avere alcun che di clericale difendendo certi aspetti del cattolicesimo moderno e rifiutare consanguinità con i partiti senza fede, concentrandosi con un esibizionismo “centrista” che contraddistingue i migliori ex democristiani. Era, quello di Andreatta, un capolavoro di “pubblic relation” che indispettiva, in quegli anni, soprattutto i diessini. Senza di lui, Prodi ha subito una mortificazione che brucia ancora. Ci sono i diccì lunatici, gli impulsivi, i silenziosi e, infine, gli spiacevolissimi. Di chi fidarsi nell'orchestrazione prevista dal Pd? La perpetua commedia a cui obbliga la politica italiana, chiamata centrosinistra, è stata scompaginata. Dei tanti cospiratori sono rimasti soltanto tipi alla Romano Prodi.

Maurizio Liverani

 
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