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FATEMELO DIRE di Maurizio Liverani



TROPPO SCOLORITI

Assistiamo ai tentativi di rimonta di Romano Prodi il quale, con una visione esagitata e soverchiante del proprio genio politico, recita ancora con il massimo impegno la parte di cavallo di razza. Per sbarragli il passo, Carlo De Benedetti, riapparso sereno e cicciuto in televisione, è pervenuto alla convinzione che Prodi possa fare al massimo non il premier ma l'amministratore. Il leader dell'ex Ulivo, da presidente dell'Iri, svendette la Cirio, l'Alfa Romeo, la Nomisma, meritandosi il titolo di “nipotino di Giovanni Gronchi”, il presidente della Repubblica che privatizzò le sale cinematografiche di Stato (aprendo lo scrigno di Mino Maccari il quale in uno dei suoi sarcasmi sentenziò: “Eccellenza, facciamo voti che vengano meglio i suoi nipoti”). L'uscita di De Benedetti ha interrotto subito il volo dell'ex presidente del Consiglio per il quale da qualche tempo nutre un'avversione sorda. Dopo questa sortita, Prodi è preda dei motteggiatori: “brilla per l'oscurità delle sue vedute”; e c'è chi ricorda i commercianti torinesi che in una tumultuosa riunione di molti anni fa si lasciarono sfuggire su di lui questa espressione: “a l'è na ciula”. Le migliori risorse di Prodi sono quelle del “guappo” rotto a tutte le astuzie. Vivo Francesco Cossiga, la presenza al vertice del centrosinistra di Romano Prodi è stata, per molto tempo, motivo di profondo disagio, anzi di sgomento. Un'armatura carismatica viene riconosciuta, invece, al molto più giovane Enrico Letta il quale, ogni volta che appare sul piccolo schermo, cerca di far credere nell'assimilazione di idee profonde. Leggero e fatuo, pare piaccia anche a Silvio Berlusconi: gioverebbe alla causa del compromesso storico meglio di qualsiasi altro democristiano. Dicono che Letta abbia soltanto idee nane, ma ne avrebbe molte e su tutto. Silvio da Arcore vedrebbe con favore conferita a questo “tessitore” politico la bella reputazione di essere il suo erede. Con il suo murmure prelatizio, con i suoi bisbigli da confessionale, Enrico Letta potrebbe essere -perché no?- l'artefice della clonazione della Dc. Il carattere astrale del suo sguardo ci dice che il tempo delle larghe intese è ormai limitato con l'avvento del M5s; ma anche che il “fiat” della nuova Dc non contiene, per fatale necessità, il “pereat” di FI. In attesa, Pier Ferdinando Casini diventa sempre più una pedina trascurabile tra i reduci di Piazza del Gesù. Intanto “Porta a porta” ci scodella Letta come una gran dama della politica, sfiorato dal respiro della storia. Tutto questo armeggìo è messo periodicamente in piedi per “infastidire” Matteo Renzi. Lo spettacolo nello spettacolo è questo: mentre si conduce una campagna puramente parolaia, si fa sapere che con lo scalcinato Prodi e il cardinalizio Enrico Letta, si potrebbe restaurare lo scudo crociato. Negli anfratti della polemica sonnecchia, per il momento, ogni asprezza; di certo la loro apparizione è sconsigliata dalla civiltà delle immagini.

Maurizio Liverani

 
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