DISTAMPA - Agenzia Giornalistica Nazionale Quotidiana
  NOTIZIE     
 
RUBRICHE

MACHINA
di Giacomo Carioti


FATEMELO DIRE
di Maurizio Liverani


VISTI DI PUNTA
di Federico Bernardini


OPINIONE PUBBLICA
di Berto De Grossi


RIMBALZO ANOMALO
di Mino Romano


GALLERIA COLONNA
 


PETI' PETO'
 


IL PIRAMIDONE
 


IRONIA DELLE SARTE
 


CORNICE APERTA
 


KIKI
 


 
 
IL «DANDY» CARMELO -di Maurizio Liverani-



Carmelo Bene, il vero “più grande attore italiano”. Oggi è quasi dimenticato: sicuramente non è ricordato come meriterebbe. Eppure, la sua vicenda artistica, di pari passo con quella umana e con il suo risvolto sociale, appare oggi incredibilmente emblematica. Il modo migliore per rievocarla ci appare la riproposta di questo articolo di Maurizio Liverani, pubblicato su “Il Giornale d’Italia” dell’11 settembre 1981 (n.d.r.)


Si accusa Carmelo Bene di voler «far colpo» per conquistarsi le platee. Egli sa benissimo quale spinta potente per la notorietà sia lo scandalo. Ma ad ispirarlo non è la furberia del bottegaio; piuttosto si tratta della difesa della «diversità».
Analizzando il suo comportamento e le sue dichiarazioni dovremmo dire che Carmelo Bene ha il modo di essere di un «dandy». È un luogo comune pensare al «dandy» semplicemente come a una persona che sa condursi in modo contrario alla corrente comune. Il «dandy», non è una figura stravagante. Se cerchiamo di decifrare il dandismo di Bene vi troviamo innanzitutto la disciplina con cui cerca di distinguersi dalla società che ritiene volgare.
Rifiutandosi, tempo fa, di recitare l'Otello di fronte ad alcune centinaia di giovani che lo infastidivano, Bene si è rifiutato di fare concessioni alla maleducazione che è sempre segno di ignoranza. Un anno fa, nell'atrio del Quirino, mi diceva di essere d'accordo con Pasolini sui giovani «brutti di fuori perché brutti di dentro», non per colpa loro, bensì per colpa dei padri. Lo spettacolo dei padri è offerto, mi diceva, dalla classe politica. Il «fato» dell'Italia è di essere guidata da tali uomini. Se l'Italia è divorata da mille termiti, se nella città spadroneggia la malavita, se le strade ribollono di rifiuti, se si va verso l'abisso e lo sfascio è perché questa classe politica è quella che conosciamo. In questa generale concordia dei marci e degli inetti e dei furfanti, che è il carisma della nostra democrazia, Carmelo Bene si sente estraneo…..
Un uomo di teatro non preferisce, naturalmente, una parte politica a un'altra, né deve dire come si può uscire da questa situazione. Nel mondo, quanto più esso è marcio e corrotto, il «dandy» è più assetato di un'immagine di bellezza o di un accento di poesia.
Ripenso alle condizioni in cui cominciò ad imporsi; le confronto con quelle di oggi. Le sue «pipì» sul pubblico e sulla critica non erano un gesto goliardico. Bene sapeva che i suoi spettacoli provocatori sarebbero stati accettati in blocco. La stessa critica – che prima di Bene si vantava di un criterio rigido – cominciò ad accettarlo come un eccentrico in attesa di superarlo con un altro che lo fosse di più.
Rifiutandosi di avere con l'«avanguardia» la minima somiglianza Bene si fa una religione dell'eleganza della forma; resta, come si diceva una volta, lo «stile». Persuaso dell'inutilità di ogni «principio di spiegazione», Carmelo è convinto che il solo messaggio valido deriva dall'apparenza sensibile. «È il 'come' che conta». Screditati i «contenuti», inutilizzabili i «significati», sopravvive la forma.
Il «dandy» è un campione del dissenso. Cesellando la propria persona, e ogni parola, e ogni gesto, eliminando ogni traccia di volgarità collettiva, il «dandy» non è un personaggio anacronistico. Solo gli irresoluti non tollerano un'ambizione troppo scoperta; Bene appartiene alla razza dei non-sottomessi.
Crearsi un'arte di vivere per sopravvivere, come consiglia l'industria culturale, è, per Carmelo, vile; per il «dandy» è vile ogni comodo «accordo con la vita». Ecco perché Bene, ogni tanto, annuncia di lasciare il teatro; non è importante sapere se lo lascerà realmente; l'importante è che ne sia «oltre».
Se non si può sfuggire ai condizionamenti, si può lottare per preservare quella parte dell'individuo che può sottrarsi ad essi. Salvare una parte, in attesa di un nuovo cominciamento.
In questa fase della sua vita, Bene traccia intorno a se sesso un cerchio molto piccolo; il simbolo del «dandy» è, infatti, il club di manica stretta in cui possono entrare i suoi pari o quasi pari. Per eliminare ogni traccia della volgarità collettiva il «dandy» disdegna i vincoli affettivi troppo marcati. «La quotidianità con una donna produce la disaffezione. La sua assenza invece genera una tensione spirituale, un'attenzione...», dice.
Il contatto polemico, non gratuito, con la società porta Carmelo Bene alla lettura dei «grandi»; la cultura gli ha come imposto un rigido controllo su se sesso. Il «dandy» com'egli lo vede somiglia al «dandy» visto da Camus; il libertino del secolo scorso, una delle figure dell'uomo «revolté» che, oggi, in Italia è l'emarginato. L'emarginato animato da una disposizione a vivere con le proprie illusioni.
C'è, in sostanza, in Carmelo una sorta di «dandy» disperato che vede il mondo andare per un'altra strada; per reazione, egli si arrocca nei suoi principi di non dandismo anche appariscente. Come non potrebbe esserlo l'attore?
Eccentuata qualche apparizione negli ambienti mondani, Bene si limita alla scena. La disciplina che si è imposto dà ai suoi modi e alle sue parole – quando non ha bisogno di sbalordire o di giocare – un senso di nostalgia e di attesa. Anche Stendhal aveva molto del «dandy» nel suo modo di vivere; ma essendo anche «antidandy» esaltava la naturalezza, la spontaneità, la passione. Con il passare del tempo, Bene si allontana sempre più dal dandismo di Oscar Wilde, suo primo amore, per andare verso Baudelaire che portò il dandismo ad un'altezza poetica. Perché all'agonia dell'individuo e al trionfo della massa, si può reagire alla maniera di un «dandy» soprattutto quando - come nel caso di Bene – si sanno individuare i politicanti, gli inetti, i dottrinari che di questa massa si sono fatti interpreti e dominatori. All'emarginato, come l'intende Carmelo, si offre la poesia, il nobile, il sublime; uno «stile», senza far di tutto ciò un obbligo morale.

Maurizio Liverani

 
ORARIO

Administrator
Login
Password
Memorizza i tuoi dati:



 
 © AspNuke 
Contattami
Tutto il materiale è di proprietà degli aventi diritto. Vietata la riproduzione e pubblicazione senza permesso.
Realizzato con ASP-Nuke 2.0.7
Questa pagina è stata eseguita in 3,100586E-02secondi.
Versione stampabile Versione stampabile