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FATEMELO DIRE di Maurizio Liverani



L'ITALIA ASSENTE A CANNES

Assumere posizioni estremiste è il lusso di quelli che hanno già tutto, scrive pressapoco Saul Bellow. Ennio Flaiano, a chi gli chiedeva perché non fosse comunista, rispondeva assumendo un'aria di sconfortata rassegnazione: “non ho mezzi!”. Ricchezza e sinistrismo formano un connubio indissolubile da anni e anni, con soddisfazione di tipi acquattati nel potere che ottengono l'ossequio da questi ambienti. E' come far sapere che si è accolti “a corte”. Nel trapasso dalle file del nulla a quello di presidente della Repubblica, Sergio Mattarella si è mosso con una certa primitività e rozzezza psicologica dando l'impressione di non voler mescolarsi con i bricconi e non condividere la nascita di un governo di larghe intese nel quale vede una sorta di prostituzione sacra. Sinora Mattarella è venuto meno a una elementare norma di riservatezza: ha fatto l'elogio, forse mal consigliato, di Gian Luigi Rondi. Nel mondo del cinema questa laudatio è considerata una piccola gaffe. Rondi era una creatura andreottiana, si divertiva a filmare opere d'arte dai cataloghi e ne traeva fuori documentari che venivano messi in coda ai kolossal americani che avevano diritto a una percentuale cospicua degli incassi ottenuti dalla pellicola. Un sistema per arricchirsi seguito da molti altri registi che si comportavano come colossali ideatori sotto la mole di una piramide di idee. Oggi sono cose comunissime viste da lontano e di insipido affarismo. Rondi era una figura simpatica ma, come vessillifero del cinema italiano, è sopravanzato da una ventina di cineasti. Il trionfo del denaro orienta le sfrenate bricconerie super reclamizzate da tutti come se l'Italia fosse il paese del bengodi. Il cinema italiano è ridotto a tal punto che sarà assente al prossimo festival di Cannes; una rassegna che ha tratto notorietà proprio dalla presenza della nostra cinematografia. Si spera che questo declassamento del nostro cinema serva a rivedere le leggi che hanno determinato il suo affossamento. Quattro o cinque registi credono di avere tutti le atouts per riuscire bene; nulla però li rende popolari. Il ragionamento di tutti è semplice: l'uomo nuovo del cinema deve per forza arrivare perché troppo desiderato. Chi manovra le leve dello spettacolo assomiglia sempre più ai vecchi giocattoli che hanno cessato di ingannarci sulle loro risorse.

Maurizio Liverani

 
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