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STELLE ALL'ASTA

Se non fosse sempre immusonito, con aria da scaccino, Beppe Grillo potrebbe aspirare a diventare un Bernard Shaw italico. Per esserlo, la sua smania di essere costantemente alla ribalta degli eventi e il suo gusto ad atteggiarsi a capovolgitore delle idee correnti dovrebbe trovare sfogo in uno stile paradossale, ma, purtroppo, il suo ricorda stranamente quello di un becchino, non già quello di un “duce” che porta all'occhiello, come Oscar Wilde, un girasole. Va dato atto a Grillo di credere a tutto ciò che dice. Alcuni gli riconoscono qualità, dicono: “andrà lontano”. Grillo tifa per se stesso; ha un alto senso della predestinazione, è ghiotto di comando. La “grillonologia” per lui è una scienza esatta. Si sente “re della repubblica”, e un re vede con fastidio ogni altro re dei partiti. Per fare un dispettuccio a papa Francesco non si piega a baciargli la mano; a volte ardisce muovere qualche appunto alla gestione del denaro vaticano nel “gurgite vasto” della finanza italiana. L'azione demolitrice del tempo è con lui riguardosa; per una sorta di daltonismo si vede nella galleria dei ritratti rappresentativi con una folta chioma di capelli bianchi. Si distingue per un certo sussiego, per una accentuata sostenutezza anche con i suoi. Sono questi i dettagli che dicono di più dello spirito di un uomo che non pagine e pagine di ragionamenti. In breve, a cospetto della classe politica si atteggia a pavone; nei rimproveri che sparge qua e là ce ne sono anche per il presidente della Repubblica. Non sono state proprio le “voci di dentro” parlamentari a far sospettare le fonti di sovvenzionamento del M5S? Forse si tratta di una velenosa allusione espressa, però, in un murmure un po' amorfo, che potrebbe accreditare un intento amichevole. Come dire: “va là, sei come uno di noi”. Non vuole avvilirsi in un ruolo di intrigante; promuove e boccia soprattutto i suoi che, senza tanti riguardi, non gli obbediscono. Tutte le volte che da “super partes” si insinua nella politica è per sfruttarne lo smarrimento e precipitarne la rovina. “Super partes” è un modo di spacciarsi uomo superiore, non di parte. Il trasformismo ha escogitato questa versione apparentemente nobile; è, invece, una droga che addormenta il senso morale. I politici “super partes” non esistono se non nelle cronache dei giornali con poche ideuzze in zucca; sono i politici più faziosi e intolleranti. Pretendono di rappresentare la parte più onesta, più sana del Paese; si impennacchiano ai sventolii della difesa della democrazia, anche di quei principi che inquinano con la loro presenza apparentemente tormentata. Grillo, per durare, sfugge a tutte le classificazioni rendendosi, per così dire, ideologicamente un quiz e con guizzi da Prometeo salta di qua e di là, seguendo i dettami di strani miraggi. Se come leader è una schiappina, come Fregoli è un portento. Il suo movimento è all'incanto; è continuamente all'asta, truccata, naturalmente, perché non vale quanto dice di valere.

Maurizio Liverani

 
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