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“IN PIEDI E SEDUTI”

La grande stampa, stanca di dare risalto a paludati scrittori dotati di un fievole talento, ha deciso di far rivivere voci contro corrente del tempo andato. Sul “Messaggero” scocca l'ora di Leo Longanesi (nella foto). Ci sembra di fare un'opera utile ricordando alcuni brani del suo “In piedi e seduti (1919-1943)”. Ennio Flaiano, quando lo incontrò la prima volta, ricevette questo invito: “Vivi infelice, costa meno”. Nessuno come Longanesi ha registrato e offerto un quadro dell'Italia fascista; aveva capito, prima di tanti altri, che la vita da noi è una speciale, impegnativa e deprimente noia teatrale, come la definì Ottiero Ottieri. “In piedi e seduti” sembra una variante ironica de “La tentazione di esistere” di Emil Cioran. Leo poteva sedersi a tavola e raccontare storie piene di humour, per ore. Scrivere e irridere era un viaggio di esplorazione; si immergeva nel caos sociale in un pantano di metodologie, di emozioni e di esperienze. Deridere gli uomini in vista era un modo terapeutico di riempire la mancanza di scopo, l'insignificanza di quella che noi chiamiamo verità, sarcastiche considerazioni sull'individuo e sulle ossessioni della politica. Sbeffeggiava i dottrinari, i politicanti e sceglieva il versante dell'ironia pur di non adeguarsi al conformismo imperante. Sulla scia di questa scelta, Longanesi è riuscito a garantirsi, come Flaiano, una libertà assoluta. Nel suo libro riferisce molti aspetti di Mussolini che vengono tenuti nascosti. Per esempio: “E' sorto il Mussolini di Roma, che porta il colletto diplomatico e gli stivali e ama entrare nella gabbia dei leoni del giardino zoologico”. “Gli antifascisti perplessi e sconcertati cercano ancora (il regime si era da poco installato, ndr) di studiare il fenomeno fascista: sembra loro impossibile di essere stati battuti da un giornalista”. Commenta Longanesi: “Non comprendono (i borghesi, ndr) che il fascismo è l'ultimo slancio sentimentale della borghesia... prospera perché nebuloso; ottiene consensi perché agisce senza preconcetti; seduce le masse perché fa appello a quei vecchi impulsi che fioriscono presso i popoli poveri e latini”. Precisa: “Ogni definizione rimane inesatta finché Mussolini non accetta quella di Tilgher: il fascismo è assoluto attivismo trapiantato nel terreno politico”. Nel capitolo “Il grande anno” scrive, a pagina 166: “Ma l'Europa non si è accorta che Mussolini è alla testa di un esercito con il fucile modello 1891 a tracolla e tutto procede per il meglio: in Italia si gioca alla guerra con i reduci del 1918 e i balilla del 1930”. A pagina 170: “Mussolini il dieci parla 'con calore e senza riserve della necessità della pace'”; “Il tredici dice che 'l'onore lo obbliga a marciare con la Germania... e che vuole la sua parte di bottino in Croazia e in Dalmazia'.. è la solita altalena dei sentimenti”. Commenta Longanesi: “Gli italiani sono certi di restare neutrali... cade intanto Varsavia; i russi entrano in Polonia. Mussolini pensa che Hitler sia imbottigliato e che 'gli inglesi terranno duro'”. Continua: “Mussolini perde il controllo di sé, non regge al desiderio di rompere la neutralità e decidere di entrare in guerra il giorno undici giugno, 'data per lui fatidica'”. Quello che accadde dopo è storia nota. Siamo alla fine: “Ecco allora uscire su tutti i giornali, all'indomani della caduta di Mussolini, il patetico titolo: 'L'unione sacra degli italiani'. E' una frase rubata alla Francia di Clémenceau, ma all'ultimo momento non si è trovato di meglio”.

Maurizio Liverani

 
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